Burkina Faso, 2001

Ero imbarazzato – bloccato, in realtà. Mi parlavano, i due tizi della capitale, in un francese anche chiaro: ma io realizzavo che il mio, invece, non era più funzionale, né sarebbe stato così facilmente riattivabile; lo speravo meno rouillé, arrugginito, ecco.

Guidando in Africa

Piena notte, a Ouagadougou, e nel buio da qualche parte – la nostra ospite e il suo partner locale ci avevano portati qui direttamente dall’aeroporto, guidando per almeno mezz’ora in una inesistente illuminazione pubblica – parlavamo, seduti su panche di legno a un tavolo di legno davanti a una bancarella uguale a decine d’altre bancarelle allineate lungo la strada; luminarie e luci erano flebili, impalpabili come di sogno. L’odore del poulet rôti era attutito dal sovratono di polvere che si alzava dalla sterrata alle nostre spalle, e poi sopraffatto da quello che usciva da una non troppo lontana chiocciola di mattoni – un orinatoio pubblico. I miei interlocutori chiedevano di Tottí e Delpieró – a me, analfabeta calcistico completo – e mi dicevano che avevo un bell’orologio, e cosa volevo in cambio. Non mi era chiaro il perché fossi lì, ancora: una qualche forma di sublime incredulità, di disorientamento semi-volontario.

Si beveva vino rosso spagnolo in cartone; gli africani lo versavano in bicchieri scompagnati, su grossi prismi di ghiaccio. Io non mi azzardavo, al ghiaccio, ancora: Non si fa!, ti inculcano al nord, in occidente.

*

Tempo due settimane, e avrei bevuto qualunque cosa – il segreto sta in un graduale accostarsi, fino a quando puoi arrischiarti a sorbire cose un cui sorso può avere lo stesso carico batterico dell’intera Svizzera. Nei villaggi del Sahel – casupole di argilla abbracciate da mura alte meno di un uomo, e niente acqua corrente e niente elettricità; e i karitè e i baobab rarissimi, enormi, venerati – avrei bevuto i succhi di tamarindo venduti dalle le bambine, bolliti in casa dalle loro madri, contenuti in sacchetti annodati: e per berli dovevi strappare con i denti un angolo di questa bolla arancione – Non si fa! Avrei bevuto il dolo – la birra di miglio, fermentata all’aria aperta – da mezze zucche svuotate ed essiccate – Non si fa! E avrei bevuto acqua lattescente ombrata di un poco-rassicurante verde-chiaro da una tanica di plastica, in preda al panico che prende prima di un colpo di calore, sulla strada verso il deserto, sotto un’acacia così inospitale da non fare alcuna ombra…

Mercato (bancarella)

La città era buffa abbastanza, caldissima d’una calura acquosa nella quale eri immerso, sempre. Nulla poteva, nemmeno dopo il tramonto, il ventilatore che tenevamo acceso in camera – la sola zanzariera che inglobava il letto riusciva ad amplificare un’idea di claustrofobia termica senza speranza; e fino a notte fonda i vicini suonavano da una radio potentissima una musica di provenienza o stile arabi venefica, infernale, fatta di pifferetti demoniaci e percussioni e saliscendi su scale minori armoniche e cromatismi e una registrazione lo-fi straziante; e nel liquidore delle lenzuola zuppe – gli occhi gonfi per un sonno impraticabile, e un po’ inebetito per l’antimalarico – l’idea di trovarsi alla Fine Concettuale del Mondo era quasi completa, quasi assoluta.

I muri dipinti di un ocra intenso e pastoso, gli infissi azzurri; una muretta racchiudeva la nostra e alcune altre casette a un piano, in un punto qualsiasi del reticolato inorientabile di una nuova lottizzazione residenziale, tagliata dalla lama a sezione trapezioidale degli svasi per le nuove fogne; le tempeste di sabbia si annunciavano per aspirazioni di vento e suoni distanti, e per un impercettibile, momentaneo disseccarsi dell’aria: avevi pochi minuti per raccogliere i vestiti stesi ad asciugare, e per chiudere tutte le finestre: per non avere poi a raccogliere la sabbia che riusciva ad infilarsi fin sotto ai mobili, e negli interstizi.

La domenica mattina una delle ragazze svogliate del Rim passava sul tavolétto che avremmo occupato uno straccio imbevuto di benzina, per tenere lontano le mosche almeno qualche minuto. Ordinavamo pollo e birra burkinabè; qualche tavolo più in là, un capo quartiere – completo occidentale fresco di stiratura e perfetto, mogli deferenti sulle sedie a fianco – dava una specie di udienza; i bambini venivano al tavolo a venderci pacchetti di kleenex.

Insegna telefonica

La città era buffa abbastanza, sì: piacevole. Ma a più d’un posto di controllo sulla route nationale uno – quella che dà verso ovest – la polizia chiedeva dazi e balzelli più o meno investiti di legalità; la nostra guida raccoglieva tra noi cartamoneta, e pagava.

Strade in Africa

Nel sud-ovest, ora; a Bobo-Diulasso. Apparentemente a due passi dal nostro albergo, la moschea: alle cinque di mattina un disco gracchiante canta a volumi notevoli il richiamo del muezzin; eppure, nel cassetto di uno dei comodini della nostra stanza c’è una Bibbia. Nel pomeriggio, da qualche parte tra Bobo e Banfora, in un antro a forma di cupola scavato da un fiumiciattolo dentro una piccola foresta – il sole a fendere tra le foglie quel che bastava a dar luce come di vetrate vegetali – c’erano i resti di un sacrificio tradizionale: un’esplosione di piume bianche di pollo su una roccia imbrattata di sangue secco, scolorito.

Costruzioni africane in Burkina Faso

Come una biglia impazzita, poi, vaghiamo per il paese, con l’obiettivo non dichiarato – ma tacitamente approvato – di perderci nel Niente Geografico: di percorrere i Confini, di buttare almeno un occhio al di là della Fine Concettuale del Mondo. Per vedere dove si può Arrivare. Oltre il Sud – dove Sud è non tanto punto cardinale, o condizione umana, o tassello di geopolitica; bensì qualcosa d’altro: qualcosa di più vago e indistinto eppure nello stesso tempo più attrattivo – irresistibile per una concentrazione primordiale di chissà-che-cosa. Eravamo sulla nationale sette, diretti a nord. Prima che l’asfalto lasciasse il posto alla sterrata rossa imbutita di buche nétte, una deviazione: un brandello di strada irreale, perfetta, fiancheggiata da manghi altissimi e ombrosi, che non partiva da nessuna parte e in nessun posto andava; e i frutti erano li, schiantati a terra, sovrabbondanti – l’aria era satura dell’afrore del loro decomporsi zuccherino, a farci realizzare a-forza come nel Continente la biologia fosse instancabile, continua, Ciclica.

Nei mercati, il mango ti veniva sezionato davanti agli occhi con movimenti veloci di coltelli sgraziati; la buccia veniva rivoltata di scatto, e ti ritrovavi in mano un istrice di cubetti dolcissimi; giorni dopo – direzione le dune del deserto, oltre il Sahel – su uno slargo della strada di fronte a una pompa della benzina e ad alcune case scalcagnate accumulate contro un piccolo bacino d’acqua, un uomo ci ha venduto della carne: tagliandola a cubetti dal quarto d’animale giusto appena scottato che portava in spalla – la coda ancora attaccata; ha messo i cubetti in un cartoccio conico fatto con un foglio di giornale vecchio, e ci ha spruzzato sopra il soumbala. Non ho trovato in tutto il ricco opulento reame europeo di Gourmandia una carne così Buona, mai.

Moschea in Burkina Faso

Probabilmente non ero Pronto – ero giovane, inesperto, ingenuo, fragile. E il Continente pare non perdonare, certo: ma – questo forse è un po’ colpa sua – nemmeno formare; quello, sta a te. Devi sopravvivere, e mantenere un equilibrio, e nel frattempo tentare di crescicchiare almeno un po’.

Un lago placido, una canoa. Gli ippopotami per fare ippopotamo-watching sono solo coppie di orecchie gommose che spuntano dal pelo dell’acqua, lontanissime; io, miope, sono costretto a fidarmi. Il nostro pilota ad un certo punto ferma la canoa, il muso che esaurendo l’inerzia si infila in un assembramento di fiori e foglie galleggianti; prende due ninfee, fa un lavorìo veloce di coltello – pulisce i gambi, che poi spezzetta con le dita – la polpa spugnosa quasi crocchia, spaccandosi. Ottiene così due collane di segmenti bianco-verdi che finiscono in pendagli-ninfea bianco-violacei di una eleganza profonda – e le mette al collo della mia compagna di viaggio e della nostra ospite. Ho un mancamento di gelosia.

Sul Sourou

Avevamo in ultimo raggiunto il senso di spaesamento cercato: ma la Fine Concettuale del Mondo ancora ci sfuggiva. La Fine, da qualunque parte la si guardasse, pareva essere soltanto un’altra distesa monotona di terra polverosa rossa, ocra e poi arancione e poi di nuovo rossa; con radi cespugli, arbusti stortignaccoli e tracce di antichi fiumi; e un cielo enorme sospeso, con nuvole diafane ad allontanarsi, seppure immobili.

Abbiamo appena mangiato – poulet, ancora; camminiamo pigri per le vie di Ohaigouya mentre aspettiamo che la nostra auto venga riparata – e sappiamo che può volerci molto; solo due ore fa, la parte di motore afferente al radiatore era smontata pezzo per pezzo, distribuita su tutta una porzione del piazzale in terra battuta dell’officina: e persone vi si affannavano attorno.

Mentre mangiavamo, avvoltoi incicciati ciondolavano oscillanti tra i tavolini vuoti del bar, aspettando che lanciassimo avanzi.

Siamo seduti per terra, nel tardo pomeriggio, quando una Mercedes impolverata si ferma a pochi metri da noi. Ne escono l’autista – un giovanotto con la giacca aperta sopra una maglietta del Barça – e il passeggero: un omone in tunica sgargiante e occhiali scuri, di portamento ieratico. L’autista ci viene incontro, si informa: noi gli diciamo Italia, perdersi per il Burkina, tutto bellissimo, e la macchina in panne. Lui annuisce, ci dice di aspettare, e torna dall’omone. Tra i due c’è uno scambio di frasi in lingua bizzarra, e l’autista torna da noi. Serio, posato, ci consegna un biglietto da visita, sul quale c’è il faccione a occhiali scuri dell’uomo in tunica, il suo nome a caratteri colorati, un indirizzo – di Libreville, Gabon – e l’elenco dei servizi che costui fornisce: contatto con Gli Spiriti, Divinazione, uso dei Poteri Ancestrali per fini di salute, rapporti sociali, elezioni politiche anche nazionali. E questo, forse, è quanto di più vicino alla Fine Concettuale del Mondo siamo riusciti a toccare – qui a Sud, almeno.

Panorami africani

Perché in Burkina Faso?

Ho scritto questo racconto nel 2010. E’ stato pubblicato nella raccolta di racconti Partire – Antologia narrativa di geografia emozionale (CTS e Avallardi, stesso anno). E’ il riassunto un po’ trasognato della mia esperienza di due mesi in Burkina Faso durante la quale, nel 2001, ho raccolto i dati per la mia tesi di laurea, e ho Viaggiato.

In quegli anni il Burkina Faso rappresentava un’ottima introduzione al continente africano: vero, denso, eppure relativamente sicuro. Ho avuto la fortuna di poterci rimanere due mesi: il primo in una remota valle fluviale, al confine con il Mali, a fare i lavori per la tesi (che avrei scritto due anni dopo), e il secondo in giro per il Paese.

Tra l’altro, è stato il primo periodo della mia vita nel quale ho tenuto un diario di viaggio quotidiano.

Di questi tempi il Burkina Faso è tornato ad essere una nazione africana incasinata e difficile. Un peccato.

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