Ciao, sono Silvia e sono una nomade digitale da 31 giorni. 

Più che altro, al momento potrei dire di essere molto digitale e ben poco nomade. 

E sì, forse 31 giorni non sono sufficienti per darsi il tono di chi già sa cos’è nella vita. 

Eppure sono convinta che le storie non vadano (sempre) raccontate dalla fine. 

Le nostre percentuali
Lavoro
Viaggio
Emozioni
Preoccupazioni

Diventare nomadi digitali: da dove partire?

Mi sono stancata di leggere libri, interviste e articoli di persone che ce l’hanno fatta. Sono stanca di sentire i racconti  solo quando il protagonista sa di esserci riuscito, di essere “arrivato”. Di storie di successo è pieno il mondo. Certo: magari anche loro hanno avuto delle difficoltà, hanno fatto scelte difficili, hanno avuto dubbi e paure (altrimenti che eroi sarebbero?).  È che poi, una volta fatta la storia e raccontata, tutto mi suona, stranamente, come una moneta falsa.

Volevo di più.

Ma partiamo dall’inizio.

Sono Silvia, ho 31 anni, sognavo di essere nomade digitale da prima che sapessi cosa volesse dire, e sono passati un anno e 4 mesi da quando io e Davide abbiamo deciso di provarci assieme.

Fino ad un mese fa avevo un lavoro fisso a tempo indeterminato, con possibilità di crescita enorme. Capiamoci: il classico lavoro per la vita. E la cosa bella è che ci stavo pure molto bene: un ufficio fatto di colleghi con i quali ho creato bellissimi rapporti, un capo che adoro, un lavoro tutto sommato vario.

Perché non suoni creepy, il capo che adoro di cui sopra, è mio padre.

Ho detto che non avrei raccontato una storia a metà, giusto?

Sull’altro sedile ci sono io. Una persona tranquilla, forse non troppo incline ai cambiamenti. Nel mio piccolo, però, una scelta “scomoda” l’ho fatta già da qualche anno: ho dato il “gran rifiuto” al lavoro dipendente. Psicologicamente, forse da quando ho iniziato a lavorare; fattivamente… già da qualche anno.

Non mi fanno impazzire le epopee degli imprenditori e degli uomini fatti da sé. E ho letto gli stessi libri sul nomadismo digitale che ha letto Silvia (se vuoi sapere cosa ne penso, e perché li ho religiosamente abbandonati a metà, sappi che ne scriverò un articolo).

Per me l’obiettivo del nomadismo digitale è qualcosa che sta tra la piena libertà di un lavoro al cento per cento mio, la possibilità di uscire di casa direttamente nella natura, il riguadagnare dei tempi per noi, e la scoperta di nuove cose delle quali scrivere.

Davide Zambon coautore di Bagaglio LeggeroDavide

Translagorai Silvia e Davide guardano la mappa

Perché scegliere di diventare nomade digitale

A parte che l’appellativo di “nomade digitale” mi fa abbastanza strano, c’è da dire che la scelta per noi è stata naturale.

Un lavoro normale 5 giorni su 7, le sere passate senza energia sul divano e i weekend in montagna troppo, troppo brevi per cercare di mordere la vita il più possibile. Niente di strano, se non fosse che

Nel settembre 2019 andiamo in Perù: uno di quei viaggi che ti cambiano la vita (se in bene o in male ancora non lo posso dire, siamo pur sempre all’inizio della storia, no?). Il Perù comunque ci travolge: imponenti nevadi, trekking eterni lungo cordigliere sconfinate, cibo squisito, tradizioni millenarie e vita decisamente economica.

Ad un certo punto, siamo a Huaraz, capitale del montanismo andino. È una giornata pigra e senza direzione, unico momento di pausa all’interno di un viaggio dai ritmi sostenuti: avevamo solo tre settimane di ferie da far fruttare, non ci potevamo fermare! Insomma, siamo in questo ostello di Huaraz quando il segnale arriva forte e chiaro. Davide apre per la prima volta la mail e si “concede” una mezza giornata di lavoro; io mi dedico al blog.

Da qui il passo sembra facile, no?

Non proprio. Davide è ghostwriter freelance di professione, e il suo lavoro è già 100% full remote. Per me, pensare a una cosa simile significa immaginare lo stravolgimento della mia vita.

Soppesiamo tutto.

Prendo un quaderno e faccio una lista infinita di pro e contro. E finisce che i contro superano di gran lunga i pro. Ma sai una cosa? Decidiamo di provarci lo stesso.

Passano altri 2 mesi.

Soppesiamo tutto nuovamente. Proviamo a fare complicatissimi calcoli economici (i cambi di valuta e i facili entusiasmi ci disorientano) e altrettanto complicati calcoli emotivi (ancora più disorientanti). Stiliamo una lista classica (la trovi in ogni libro sul cambiare vita):

  • decidere di lasciare tutto
  • scegliere un punto di partenza (meglio se dalla parte opposta del globo)
  • risparmiare ogni centesimo, e basta aperitivi
  • pianificare tutto
  • vendere le cose superflue
  • licenziarsi
  • salutare parenti e amici
  • preparare un bagaglio leggero (già)
  • considerare logistica e possibili inghippi (assicurazione, visti, passaporti ecc.)
  • partire

Esaltante, come tutti i progetti che prendono forma tra le tue mani. Noi saremmo partiti dall’Ecuador.

Decidiamo di non avere più paura: il desiderio di spremere ogni istante di questa vita è un richiamo troppo forte. 

Arriva il 10 febbraio 2020. La parte più difficile: dirlo a mio padre. Gli affetti sono quanto di più prezioso abbiamo, ma volevo dare più tempo possibile alla mia famiglia (e a me) per digerire la notizia. Non ho mai amato i saluti fugaci.

Da adesso abbiamo 10 mesi davanti per perfezionare il progetto.

8 marzo 2020: l’Italia viene chiusa nella morsa totale del lockdown.

Sì, il tempismo non è mai stato il nostro forte.

Lasciare il lavoro a tempo indeterminato

Grazie al mio classico cieco ottimismo, le notizie catastrofiche dal mondo non mi spaventano (troppo). Manca ancora quasi un anno alla partenza!

Così ci concentriamo disperatamente sul lavoro. Ho dato 10 mesi di preavviso a lavoro (i vincoli di sangue fanno fare follie), ma perché il nostro progetto funzioni dovremo avere comunque due entrate lavorative.

Le alternative tradizionali:

  • zio d’America desideroso di farti un lascito in valuta forte
  • quel libretto postale che tuo nonno ti fece, e che ora vale una cifra a cinque zeri
  • un’ascetica vita di stenti

Nessuna di queste tre si rivela possibile quindi leggiamo i consigli del web, dei guru, di chi ce l’ha fatta:

  • risparmia il più possibile (e dato che c’è una pandemia in corso, è abbastanza facile),
  • pianifica come risparmiare in viaggio (e su questo invece non siamo così forti)

Manca quello che, secondo noi, il consiglio più importante.

Se stai pensando di fare un percorso di questo tipo, il più grande consiglio che mi sento di darti – dall’alto dei miei 31 giorni di esperienza – è: punta su di te, e investi tutto quello che puoi sulla tua crescita.

La verità (o almeno, la mia) è che puoi risparmiare quanto vuoi ma, se non ti sei creato delle basi solide, prima o poi il gruzzoletto accumulato finirà, e ti ritroverai a ripartire da capo.

E così Davide prende sempre più clienti e, mentre io continuo a lavorare in ufficio fino alle 20, la sera… inizia la mia formazione come copywriter. Dalle 21 alle 24 va in scena un varietà chiamato dal titolo Come trascorrere una rilassante serata con le “Armi della Persuasione”. Davide è il presentatore che introduce prove più o meno ardite (a seconda della puntata), io sono la concorrente che si scontra con le prove, con Davide, e con il sonno.

Mi rendo conto che è una faccenda da lungo termine. Ci vuole un anno, ma alla fine ce l’ho: una professionalità definita e spendibile.

È stato facile? No, tremendo. Lavorare 11 ore al giorno è dura, non ci sono mezzi termini, ma era ciò che volevo. In cuor nostro, questo superlavoro ci ha aiutati a credere ancora di più nella nostra scelta.

Silvia alla metro

Il primo mese da nomade digitale: viaggi pazzi, chiringuiti e fatturare!

O forse no.

Lavoro e clienti non mancano, ma la faccenda viaggi è quantomeno complicata. Soprattutto dentro i confini nazionali, perché gli Stati iniziano invece ad aprire le porte. Come l’Islanda (sfondo del libro di Davide), il cui governo ha attivato una serie di agevolazioni per attirare i nomadi digitali. Il rovescio della medaglia? Per accedervi, bisogna dimostrare di guadagnare almeno 8000 dollari al mese. Già, 8000 $, al mese.

Ed eccoci qui, molto digitali e zero nomadi.

Produttività, lavorare assieme fianco a fianco tutto il giorno, tempo libero, ma anche la ricerca e la gestione dei clienti, il complesso mondo delle piattaforme per trovare lavori, le call tra fusi orari diversi… insomma: dei pro e dei contro della vita del nomade digitale ne parleremo, come si dice, nelle prossime puntate.

Lezioni da imparare

  • Giocare d’anticipo è la tua arma migliore. Andrai all’estero? Studia la lingua. Lavorerai da remoto? Costruisciti fin da ora una rete di clienti e relazioni. Prevedi di viaggiare in posti costosi? Risparmia (sì, è comunque un buon consiglio)

  • Non è obbligatorio fare terra bruciata, e alle volte basta chiedere. Sei sicuro che la tua azienda non possa convertire la tua posizione in 100% remote? O che non ti possa passare alcuni clienti da gestire in autonomia? Provaci. In alternativa esistono anche molti lavori stagionali con i quali potresti permetterti di viaggiare nei periodi di stop lavorativo.

  • Ci sono delle circostanze che sono fuori dal tuo controllo (tipo una pandemia, ma non solo). Il segreto è non abbattersi: sfrutta al meglio il tempo prima della partenza, aumenta le tue skill, studia.

  • A tutti piace uscire dalla comfort zone per buttarsi con il parapendio, o altre cose matte di questo tipo. Mettiti bene in testa che “cambiare vita” ti ci porterà fuori in modi diversi, stressanti o alle volte poco piacevoli.

  • Come in ogni cosa della vita umana, anche la scelta del nomadismo digitale può essere affrontata in modo passivo, o attivo.

    Risparmiare per il viaggio, per quanto giusto, è un comportamento passivo. Aumentare le proprie fonti di reddito con nuovi clienti, offrendo nuovi servizi o diversificando le proprie competenze, è invece un comportamento attivo. E molto più soddisfacente.