Ci sono dei percorsi di montagna che per un motivo o per l’altro ti restano nel cuore. Per me il Monte Popera, con i suoi 3046 metri di altezza, è uno di questi. Forse perché è stato il primo tremila che ho fatto in solitaria?

Busa di Dentro

Come innamorarsi del Monte Popera

Avevo appena ufficialmente finito un periodo della vita difficile: due anni ininterrotti di un lavoro per me poco piacevole, il classico ripiego di qualche mese che si gonfia a dismisura e non riesci a mollarlo. Di lì a pochi giorni io e Silvia saremmo partiti per una vacanza di dieci giorni – in Francia, nel parco del Mercantour, per la prima volta in tenda – ma mi ero concesso qualche giorno di solitaria decompressione in montagna.

Avevo trovato una stanza in affitto a Valle di Santo Stefano di Cadore – l’ultima frazione del paese, appoggiata a un versante di prati assolati. Poco frequentato: perché di fronte alla chiesa, lungo la stretta strada principale del paese, un posto per la mia auto l’ho sempre trovato.

Preparandomi un elenco di possibili giri da fare in zona, mi ero fissato con la salita al Monte Popera. Non lo so: è che alle volte le cose ti chiamano, come quando la copertina di un libro o il nome di un gruppo mai sentito prima ti dicono: leggici, ascoltaci.

Spesso, si rivelano grandi scoperte.

Davide in vetta al Popera

Gambe in spalla, e partenza all’alba

Sono le quattro quando mi suona la sveglia. Le quattro e un quarto quando ho bevuto un’intera moca di caffé, e mangiato metà della pennola di formaggio di malga che il mio affittacamere mi ha lasciato sul tavolo della cucina, preoccupato che in escursione patissi la fame. Adoro questa gentilezza semplice della montagna.

Sono le cinque quando sto parcheggiando al parcheggio a pagamento (cinque euro) appena dentro la Val Fiscalina (arrivi a Moso, e lasci la strada del paese verso le montagne a sud ovest). Siamo a quota 1548 mslm. Qui d’inverno si fa sci di fondo: oggi invece i prati sono verdissimi.

Siamo nel territorio delle Dolomiti di Sesto, considerate tra le più belle montagne al mondo.

Salendo di mattina presto verso il Comici

Scarponi, zaino leggero abbastanza (una felpa, due bottiglie d’acqua perché è agosto, cappello di lana), immancabili bastoncini da trekking (che per metà giro se ne staranno chiusi, legati allo zaino), e si parte sul sentiero 102, che segue la strada prima e il letto del torrente poi, fino al rifugio Fondovalle. Non c’è nessuno in giro. Poco dopo il rifugio si lascia il 102 per il 103, che sale – ora sì – deciso verso il rifugio Zsigmondy-Comici. Ho fatto una tirata senza pause che non è da me, complice forse il fatto che ero dentro la musica che stavo ascoltando (un lunghissimo live della Dave Matthews Band). In contemporanea con l’arrivo al rifugio c’è il sollevarsi della nebbia della mattina, che fino a un minuto prima era un mare alle mie spalle.

Caffé e qualche cubetto di cioccolata. Ci guardiamo, io e il rifugio: è chiaro che ci saremmo rivisti a fine giornata.

Rifugio Comici Caffè e cioccolata al Comici

Dopo i rifugi, da solo

Superato il Comici, ti rendi conto di aver già fatto 700 metri di dislivello. Sei a 2224 mslm, e ti trovi adesso in quel mondo di pietra e ghiaioni che dice proprio “Dolomiti”.

Respiro profondo e salgo su una specie di contrafforte, che mi porterà al lago Ghiacciato (2326 mslm). Poco prima di arrivare al lago mi guardo indietro: verso il basso, verso il rifugio, si iniziano a vedere i primi escursionisti della giornata. Dove sono diretto io, invece, non ci sarà quasi nessuno.

Dal lago Ghiacciato il sentiero diventa il 101, e inizia lo spettacolo. Guardando verso est le montagne sono imponenti, solcate da crepe profonde segno dei tempi. C’è una sensazione di vaga inquietudine a stare al cospetto di questi giganti eterni. Strati su strati le pareti salgono per centinaia di metri, mentre sotto di te si aprono squarci che danno sul verde e sull’acqua dei torrenti molto più in basso.

Dopo essere salito su un secondo contrafforte, se guardi la carta vedrai che per andare verso il Popera dovrai abbandonare la familiare traccia rossa del sentiero, per prendere quella azzurra degli scialpinisti.

Stai entrando nella Busa di Dentro. Anzi: stai entrando nella terrificante Busa di Dentro.

Forse terrificante non è proprio l’aggettivo giusto: perché questo posto è affascinante e inquietante allo stesso tempo. È unico, senza dubbio. Però ti farà sudare le proverbiali sette camicie.

Quasi alla Busa di Dentro

Ti trovi infatti a camminare su una distesa infinita di pietre, la cui inclinazione aumenta gradualmente fino a diventare un ghiaione al limite della verticalità. Il sentiero non è un vero sentiero, ma una traccia che sale a zig zag, indicata da timidi ometti: sicuramente qui le cose cambiano molto spesso – forse di settimana in settimana. Mentre cammini, ti addentri sempre di più in quella che fondamentalmente è una scodella dalle pareti altissime e verticali, di roccia grigia stratificata: una scodella profonda almeno trecento metri, perfettamente liscia, dal cui bordo le montagne – il Giralba e La Mitria – scaricano un numero infinito di pietre, macigni, schegge. Anche il ghiaione ti fa salire di trecento metri, e lo fa facendoti faticare alla grande, perché per due metri che fai in salita – che ora è davvero ripida – uno lo perdi perché le pietre sotto il tuo passo cedono, si spostano, franano. Nel frattempo la temperatura aumenta. Fa caldo, sudi.

Pareti di roccia

In corrispondenza delle poche spaccature tra le pareti altissime, dei piccoli nevai ancora macchiano di bianco il ghiaione.

Dopo più di un’ora il ghiaione finisce, sei su Forcella Alta di Popera, e arrivi al punto peggiore dell’intera escursione: un canalino lungo una trentina di metri (se non ricordo male), molto inclinato, il cui fondo è coperto da uno sbriciolio di rocce, pietre, sassi e polvere che alla minima pressione minaccia di franare. Sono i punti che non mi piacciono: il canalino dà fondamentalmente sul nulla, e far partire una frana, qui, potrebbe avere conseguenze spiacevoli.

Busa di Dentro e Forcella Popera

Comunque. Prendo fiato, mi rilasso, afferro la parete di sinistra e abbastanza in fretta esco dalla sommità del canalino.

Poi tutto avviene molto in fretta: hai cinque minuti di facili roccette (I° grado), l’anticima, praticamente dei gradoni da fare a quattro zampe, la spianata sommitale, la croce (3046 metri sul livello del mare), il panorama incredibile.

Pianoro sommitale del Popera

In cima al Monte Popera

Il panorama, appunto. Respiro forte mentre le nuvole e l’umidità vengono soffiate via dal vento per poche decine di secondi, e si apre un 360° completo, che su più piani te li fa vedere tutti: i due Giralba, Cresta Zsygismondy e dietro Cima Undici, le Crode a ovest. Cime, cimette, creste, pinnacoli. Spaccature tra le rocce, fessure, bitorzoli.

Il libro di vetta, a queste altezze, è emozionante: sono finalmente i miei primi tremila metri (forse non è del tutto vero; ma del Cevedale, fatto durante una gita con l’Università, non ho molto ricordo).

Davide e la croce del Popera

Mi preparo a mangiare un lauto pasto, cioè un panino con una fetta del famoso formaggio di malga dalle proporzioni imbarazzanti. Bevo avidamente.

Mentre penso a quanto figo sono, che ho superato il ghiaione, il canalino, le facili roccette, arriva un altro individuo. È di corsa, ha il fiatone, mi fa un cenno e si volta subito, direzione “scendere”. Quello che mi umilia davvero, è che è in scarpe da running.

Scrivo sul libro di vetta, faccio decine di foto di nuvole, scendo.

Scendere dal monte Popera (senza farsi male)

Il ritorno è semplice, a livello di orientamento, perché avviene esattamente sulla strada della salita.

Il canalino infernale può riservare qualche altra preoccupazione, perché – beh: io in discesa mi sento meno sicuro, e alla fine l’ho fatto praticamente con il sedere, aggrappatissimo a una parete.

Poi c’è lo strazio della Busa di Dentro, con il franosissimo ghiaione. A quest’ora – sono le due del pomeriggio – ci sono alcuni scalatori che da un punto apparentemente uguale a mille altri punti (nelle relazioni ti dicono “in corrispondenza di un grosso masso”) stanno salendo verso il Bivacco dei Mascabroni, un luogo che si trova tra il mitologico e l’impossibile. (Il bivacco prende il nome dal contingente di alpini, scelti tra scalatori fortissimi, che durante la Prima Guerra Mondiale agivano qui, attrezzando creste e altri luoghi irraggiungibili in preparazione dell’attacco al Passo della Sentinella).

Pareti della Busa di Dentro

Io dalle prodezze necessarie ad arrivare al bivacco sono piuttosto lontano, tanto che, scesi praticamente correndo i trecento metri di ghiaione – sui ghiaioni è più facile correre che camminare, perché il continuo franare ti coinvolge meno – proprio agli ultimi metri di pietre, ormai quasi in piano, mi distraggo e inciampo catastroficamente, sbucciandomi entrambe le ginocchia come i bambini piccoli.

Indicazioni per il Carducci Dolomiti di Sesto

Poco importa, continuo a ripercorrere la strada della mattina al contrario. In ogni direzione e su ogni sentiero ci sono escursionisti. Arrivato al lago Ghiacciato decido di salire per forcella Giralba (2431 metri), con la mezza idea di scendere poi a vedere il rifugio Carducci. Una volta arrivato alla forcella però mi rendo conto che il rifugio è già in ombra (sono le quattro del pomeriggio), e che mi sarebbe toccato scendere di 150 metri che poi avrei dovuto sorbirmi in salita. Sufficiente: meglio tornare al Comici, occupare il primo tavolino libero, ordinare radler grande e fetta di Linzertorte, fare il bis di entrambe, e lasciare raffreddare i piedi.

Scendendo dal Monte Popera La strada di ritorno verso il Fondovalle

A questo punto dell’avventura, la discesa verso il Fondovalle e poi il parcheggio è un po’ noiosa, anche se la luce del pomeriggio inoltrato è molto bella, pulita. Ascolto musica per passare il tempo e non accorgermi che i piedi negli scarponi iniziano ad essere un po’ indolenziti.

Alla fine, al casello del parcheggio chiederò a dei ragazzi dove trovare una buona grigliata tra Val Fiscalina e Santo Stefano di Cadore. Non sanno rispondermi. Finirò a Sesto.

Per la mattina dopo, ho promesso al mio ospite che mi sarei fatto trovare alle sei in cucina, perché mi avrebbe portato all’imbocco di un sentiero, a detta sua, bellissimo.

Via Normale al Monte Popera in breve

Partenza: parcheggio di val Fiscalina (1548 mslm)

Arrivo: cima del Monte Popera (3046 mslm)

Dislivello: 1500 metri circa – quasi effettivi, perché di saliscendi ce ne sono pochi

Durata: cinque ore per salire, quattro per scendere (pausa Linzertorte esclusa)

Note: se non sei uno scialpinista – e quindi sarai da quelle parti in inverno – questa salita è meglio farla quando non c’è più neve. Occhio poi che se c’è nebbia, sul terrazzo che porta all’anticima puoi fare fatica ad orientarti.

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