Arriviamo a Nuova Delhi che è notte fonda. Forse ancora non sappiamo cosa aspettarci, ma dai finestrini del taxi già inizia la nostra India.

Strade a New Delhi

1. Vista

La nostra auto, ovviamente della Tata Motors, è sgangherata, ammaccata e con la plancia che si scolla.

L’India inizia a scorrere sotto ai nostri occhi.

Sono le 4 del mattino, un orario decisamente insolito, ma nonostante il buio ci è impossibile distogliere lo sguardo dalla strada. Mi accorgo di essere arrivata in centro a New Delhi solo perché sto seguendo la corsa sulla mappa che ho scaricato.

E’ ancora notte fonda e nella città una moltitudine di persone dorme per strada, accovacciate, un po’ come possono, sui muretti e sui carretti del mercato cittadino. Qualche cane randagio piuttosto malandato gira per le vie, qualche mucca sonnecchia pigra in mezzo alle carreggiate.

Ci sono solo tonalità di grigio: il grigio della strada, dei vestiti logori, delle case. Un’immagine ben lontana da quella che ti propinano le agenzie di viaggio: piene di colori, di palazzi smaltati e di vestiti sgargianti. Le più oneste ti dicono che esistono “due facce dell’India“, quante volte l’avrai sentita anche tu quest’espressione?

Avendo letto molto prima di partire mi aspettavo questa India, ma non è pienamente vero, non ne sei mai veramente pronto.

Case in India

2. Olfatto

Il taxi ci lascia all’inizio della via del nostro hotel perché è troppo piccola per passarci in auto. All’imbocco dello strettissimo vicolo due uomini dietro i loro banchetti stanno ancora cucinando. Dato l’orario non capiamo se si tratti della colazione o dello spuntino notturno, ma qualche indiano lo sta gustando seduto su dei minuscoli sgabelli. Passiamo in mezzo per accedere al vicolo e veniamo travolti dall’odore acre e speziatissimo della gallina e delle frattaglie marinate fatta alla piastra.

Trascino via Davide che vorrebbe già un primo assaggio di India. La stradina è davvero strettissima e dobbiamo camminare in fila indiana.

Anche qui alcune persone dormono ai lati, alcuni microscopici negozietti hanno la saracinesca abbassata, ma soprattutto basta poco per capire che questa stradina è usata come latrina.

Sarà colpa del lungo viaggio o del mix di odori appena sentito ma arrivo all’hotel con un forte senso di nausea.

Street food indiano

3. Udito

Mi addormento puntando la sveglia a metà mattina, non voglio perdere tutta la giornata dormendo, ma ho bisogno di qualche ora su un letto per recuperare le energie. Il rumore dei clacson entra prepotente nella nostra camera. Non abbiamo finestre alle pareti, ma sono certa sia almeno mezzogiorno dato il frastuono che entra.

Controllo l’orologio, sono solo le 8 del mattino.

Usciamo dall’hotel che è ancora presto e ci incamminiamo per la città. Per le strade c’è tutta l’India possibile: cani randagi, macchine, motorini, tuktuk, pedoni, mucche, biciclette. Impossibile camminare agevolmente.

Tentiamo di orientarci per iniziare la visita della città, ma subito un signore tenta di attrarre la nostra attenzione gridando a squarciagola “Sir, where are you going?”. Al posto di darci semplici indicazioni, si offre di accompagnarci dove dobbiamo andare. Ho letto molto in internet prima di partire e so già che vorrà vendermi qualcosa, sono preparata, non voglio accettare di seguirlo, ma improvvisamente ci ritroviamo in un’agenzia di viaggio!

Ne usciamo indenni e tentiamo nuovamente di orientarci. Imbocchiamo la strada giusta, le distanze non sembrano enormi e decidiamo di percorrerle a piedi per osservare lo scorrere della città.

I veicoli che girano per le strade hanno le forme più svariate, ma una cosa li accomuna: tutti suonano. Nel retro di molti veicoli troneggia in belle lettere la scritta “Horn Please”. Il susseguirsi di clacson è incredibile, ma sembra essere una cosa che gli indiani amano particolarmente.

Molti veicoli infatti, al posto del classico “beep” hanno elaborate musiche e bizzarre sinfonie che non hanno paura di usare.

In pochi metri veniamo avvicinati da un numero incredibile di taxi, bici e persone che vogliono darci un passaggio, portarci da qualche parte o venderci qualcosa.

Mucche per le strade indiane

4. Tatto

Arriviamo al Red Fort che siamo sfiniti. Nelle orecchie riecheggiano tutte le voci, i suoni, i rumori della città, ma fortunatamente all’interno del parco il frastuono si attenua.

Siamo sudati fradici e tremendamente appiccicosi. Non lo pensavo possibile, ma il clima in Agosto a New Delhi è più umido che in Veneto!

Raccolgo i capelli in una coda alta, e mi riparo la testa dal sole caldissimo con una pashima.

Un cartello ci intima di toglierci le scarpe per visitare il tempio. I sandali che mi sono messa stamattina non sono stati una scelta giusta: ho i piedi già neri per la strada percorsa.

Raggruppiamo le nostre scarpe da un lato e poggiamo i piedi sul marmo del forte. La sensazione è bellissima. Ci sentiamo immediatamente tutt’uno con il luogo. Il marmo è bianco, caldo, la sensazione è bellissima.

Piedi sul marmo

Osservo le rifiniture di questa bellissima architettura e una signora mi si avvicina per chiedermi se possiamo fare una foto assieme. Le rispondo entusiasta, indossa un sari stupendo e coloratissimo e chiedo a Davide di farmene una a sua volta. La ringrazio e mi giro, ma subito una coppia di giovani indiani mi stringe le spalle tenendo un telefono in mano, “selfie!”. Li ringrazio, non mi salutano e se ne vanno. Mi giro e vedo che nel frattempo anche Davide è stato travolto da alcune signore che vogliono una foto con lui.

Ci guardiamo divertiti, delle ragazze mi toccano i capelli, click, scatto, foto, sorrido, namastè.

Proseguiamo questa danza per almeno una ventina di minuti quando finalmente riesco a sgattaiolare dalla presa di una signora che mi stava tendendo la sua bambina piangente affinché la prendessi in braccio per fare l’ennesima foto.

Selfie please!

Ci allontaniamo e riusciamo a trovare un posticino tranquillo dove sederci per terra ad ammirare questo luogo.

Attorno a noi ci sono solo turisti indiani che qui vengono per ammirare il luogo, ma anche per viverlo. Si stendono sul prato, incrociano le gambe sul marmo, mangiano uno snack.

Donne in sari

5. Gusto

Ci accorgiamo che siamo ancora digiuni. L’ultimo pasto consumato è stato quello in aereo (il che è tutto dire). Ci incamminiamo, questa volta consci di cosa ci aspetti, lungo la strada in cerca di qualcosa da mangiare. È ormai ora di pranzo e non vediamo l’ora di avere il primo assaggio di India.

Veniamo attratti da un piccolo ristorantino lungo la strada con degli enormi pentoloni e del naan sul fuoco. I pentoloni sono pieni e continuano a sobbolliere piano, il profumo che si sprigiona è delizioso. Decidiamo di fermarci. Il cuoco ci guarda stupito e ci fa cenno di salire al primo piano.

La stanza è piccolissima e interamente decorata con alcune foto di famiglia e divinità indiane alle pareti. Oltre a noi ci sono due famiglie di indiani, ci sembra un ottimo indizio. Nonostante in Italia ci piaccia sperimentare la cucina indiana sia a casa che in ristorante, non siamo per niente preparati a quello che assaggeremo. Il menù è scritto in inglese, ma non conosciamo la maggior parte delle pietanze.

Ordiamo andando ad istinto e il cuoco ci avverte che è tutto piccante. Scopriremo poi che ci sono 3 livelli di piccante: non piccante (che è comunque parecchio piccante), piccante normale (ossia il livello turista coraggioso) e il piccante indiano (livello extreme).

Io cambio idea e ordino un piatto che si dichiara piccante normale, mentre Davide si lancia sul livello indiano.

Le nostre pietanze arrivano, ancora fumanti, su dei piatti di acciaio. Sono coloratissime e profumatissime. Il cuoco e la moglie rimangono in piedi a guardarci. Sono un po’ intimorita da questa presenza al primo boccone, ma credo siano solo curiosi di sapere se apprezziamo.

Assaggio il mio piatto, un Aloo Palak (curry di spinaci e patate): prendo con le mani un pezzo di naan al formaggio e lo intingo nel curry. E’ un’esplosione di gusto, delizioso! Soddisfatta mi rivolgo verso il cuoco con il mio miglior sorriso e un sonoro “Super good”, ma mi accorgo subito che i loro occhi sono concentrati su Davide.

Assaggia anche lui il suo Dahl (zuppa di lenticchie), sbarra gli occhi e sorride soddisfatto al cuoco. Esplodono in una fragorosa risata che coinvolge anche le altre due famiglie nella sala. Volevano vedere se Davide ce l’avrebbe fatta a mangiarlo così piccante e si allontanano gongolanti verso la cucina.

Cucina indiana

6. Sesto senso?

Sono passate solo poche ore da quando siamo atterrati a New Delhi e abbiamo già chiara la sensazione che qui valgano altre regole.

I nostri sensi non bastano. La vista viene bombardata tra l’estrema bellezza e l’assoluto orrore di ciò che vediamo; l’udito è stordito dal traffico, dalle urla dei venditori e dai clacson; l’olfatto fatica a distinguere la moltitudine di odori nell’aria; il tatto è sconvolto dalla presenza umana e dall’umidità che incolla i vestiti addosso; il gusto gira impazzito tra sapori sconosciuti.

Se ormai è assodato che i sensi non sono solo cinque, in India avremo bisogno di utilizzarne almeno il doppio per sopravvivere.

Equilibrio, propriocezione, dolore, intuito, stupore: serviranno tutti.

L’India ti bombarda, ti stordisce, ti travolge nel suo turbinio.

Usciamo dal ristorante, il sole è accecante, il caldo umido toglie il respiro e abbiamo un sacco di strada da fare a piedi.

Siamo pronti… lo siamo?

La nostra India

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