“60 km in 7 giorni? 😂😂”
Il tono del commento era ironico. Come a dire: “davvero ci avete messo così tanto?”
La cosa curiosa è che non mi ha colpito il commento in sé, ma il fatto che, probabilmente, avrei potuto scriverlo anch’io. Perché la nostra generazione si è abituata a misurare le distanze con un un altro metro.
Non diciamo quasi mai che un luogo è a 50 chilometri da casa. Diciamo che è a un’ora di macchina. Lo spazio si è trasformato in tempo.
Ed è un tempo così veloce che finiamo per dimenticare cosa significhi davvero attraversare un territorio.
Ma in montagna, no. Un chilometro torna a essere un chilometro. Lo senti sotto i piedi. Nel respiro. Nelle gambe affaticate. Nel meteo. Già, perché per completare questa alta via, ci siamo dovuti fermare un giorno intero in attesa che passasse il maltempo e ci permettesse di proseguire in sicurezza.
D’altronde non era così che funzionava anche un tempo?
La montagna non ci insegna solo la fatica, ma ci restituisce una percezione del mondo che la modernità ha quasi cancellato.
In cinque giorni abbiamo attraversato circa sessanta chilometri e superato più di 5.400 metri di dislivello positivo. Non è il percorso più diretto per collegare Vogorno a Sonogno. Anzi, ma è quello più spettacolare: segue le creste, attraversa alpeggi sospesi nel nulla e valloni dove il silenzio è interrotto solo da qualche tintinnio lontano di campanacci.
Per secoli queste montagne non sono state il terreno di gioco degli escursionisti. Erano sopravvivenza. Qui si viveva una vita durissima. Una terra avara, difficile da coltivare, che costringeva contadini e pastori a spingersi sempre più in alto per sfruttare ogni metro quadro di terra disponibile.
Non a caso sono conosciute come le “alpi della fame”.
Mentre camminavo tra questi alpeggi, oggi recuperati in parte come capanne non custodite, continuavo a pensare a quanto dovesse essere diverso il significato di un chilometro, un metro per chi si spingeva qui in cerca di poco o nulla.
Camminare in montagna ha anche questo potere. Ti restituisce il senso della misura.
Ti fa capire che le distanze che oggi consideriamo piccole, per secoli hanno rappresentato il confine tra comunità vicine ma separate, tra una valle e l’altra, tra una famiglia e il mercato, tra l’estate e l’inverno.
E forse è anche per questo che le alte vie continuano ad essere in assoluto il mio modo preferito di stare per monti. Perché non sono soltanto un modo per attraversare una montagna. Sono un modo per viverla.

PS: questo è un estratto di Fuori Traccia, la newsletter mensile dove scriviamo riflessioni sulla montagna, raccontiamo escursioni, alte vie ed emozioni.
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