La luce, la luce su tutto. L’Islanda è luce – o assenza di luce – e questa entra in tutto quello che è stato scritto da e sull’Isola. Non importa se la luminosità del cielo debba accompagnare le gozzoviglie alcoliche di un trent’enne, i pastori spersi nelle brughiere, o due padovani con zaini pesantissimi nel cuore sbriciolato degli altopiani. I libri sull’Islanda parlano di luce, punto.

Scherzo: parlano di tantissime altre cose.

5 libri che parlano di Islanda

Attraverso: come ho attraversato l’Islanda a piedi durante l’estate più piovosa degli ultimi trent’anni, Davide Zambon, 2021

Partiamo col botto, con un libro di avventura pieno di panorami, zaini pesanti, pioggia e sghignazzi. Attraverso è il resoconto della traversata a piedi dell’Islanda che ho fatto nel 2010. Ad oggi, attraversare l’isola a piedi è diventata non dico moda, ma quasi, e c’è un fiorire di atleti che lo fanno. Ma io non sono un superatleta, e nonostante con il tempo abbia imparato cosa significa prepararsi davvero per un trekking lungo, ai tempi ero piuttosto ingenuo.

PS. Chi l’ha letto sembra concordare: è difficile trattenere gli sghignazzi. Per cui, mi aspetto che mi dici le parti alle quali non sei riuscito a resistere!

Detto questo, posso finalmente dare il via alla carrellata di scrittori professionisti, premi nobel per la letteratura, e via dicendo!

101 Reykjavik, Hallgrimur Helgason, 1996

C’è stato un periodo in cui ero un venticinquenne borderline, metallaro e un po’ sfigato, e avevo due libri preferiti. Uno era Alta fedeltà di Hornby – e fin qui, facile. L’altro era un curioso libro islandese, trovato nella libreria di mio padre – sulla quale arrivano da sempre a ritmo regolare libri che sono uno più incredibile dell’altro – dal titolo di 101 Reykjavík. Hallgrimur Helgason racconta un trent’enne della capitale islandese (101 è il CAP del centro) senza né arte né parte, che vive ancora con la madre. Ne viene fuori un racconto di serate alcoliche, storie che non vanno da nessuna parte, dispetti giovanili, una storia d’amore (?) che il maschio è troppo pigro per risolvere, il tutto raccontato attraverso il ragionare velenoso e sarcastico di Hlinur, il protagonista. Ci sono delle scene che non sarebbero sfigurate in Trainspotting (ma senza essere così estreme), e nelle recensioni lo si paragona spesso ad un Lebowski del nord, ma questa secondo me non è azzeccata. Quando invece ti dicono spaccato generazionale islandese, hanno ragione.

È un librone, eh (più di 350 pagine), ma se sei per la narrativa giovanile originale e ambientata in una città particolare, che non tutti conoscono, secondo me è un ottimo acquisto.

In più, come bonus, se progetti di passare qualche giorno nella capitale islandese, ti ci dà una chiave di lettura diversa.

Nave del sole vichinga a Reykjavik

PS. Il film tratto dal libro, diretto da B. Kormakur, alla fine, a modo suo, funziona, ma non l’ho mai trovato in italiano. Helgason poi è piombato, con i libri successivi, in un orrore letterario inspiegabile. Io ho letto Toxic, storia di un improbabile killer balcanico incastrato a Reykjavík. Terribile: l’unica cosa che ricordo che mi aveva esaltato è che ad un certo punto nomina lo Skyr, l’iperproteico yogurt islandese, che ai tempi della lettura consumavo in grandi quantità per motivi sportivi e nutrizionali.

PS2. Se Guanda non si decide a ristamparlo, il mio libro preferito dei venticinque anni è introvabile (e ti tocca cercarlo sugli scaffali delle librerie dell’usato).

Crepitio di stelle, Jón Kalman Stefánsson, 2003

Ma che sorpresa! Ma che modo bello e leggero di raccontare la vita di una famiglia! Allora, prima di tutto: questo libretto mi ha strappato delle belle risate, specie nelle prime pagine. Il tono che viene usato per raccontare le cose è… islandese. I piani temporali si accavallano, le immagini del paesaggio (e della luce) entrano nei pensieri dei personaggi, le figure sono tutte, a modo loro, indimenticabili. E poi – almeno secondo me – pur essendo una storia familiare, viene raccontata attraverso i singoli individui (che mi pare di capire sia lo stesso trick del più amato I pesci non hanno le gambe, dello stesso autore).

In un grande calderone ci sono inizio e fine novecento – apparentemente lontanissimi – Reykjavík e il nulla della campagna islandese, il mare e il ghiacciaio, l’uomo sbandato e la donna che regge tutto sulle sue spalle. L’amore che inizia, che finisce, che non è finito davvero, che chissà come, ma è ancora qui.

Consigliatissimo.

Atlante leggendario delle strade d’Islanda, Jon R. Hjalmarsson, 2000

Letteralmente fondamentale se decidi di esplorare l’Islanda in auto. Ma non solo. La combinazione di luoghi da vedere e leggende è notevolissima, ogni storia si legge in un attimo, e invidio chi può pensare di costruirci sopra il proprio itinerario. Ci sono peraltro tantissime curiosità, e un numero preoccupante di dispetti fatti da spiriti malevoli (nota bene: l’amicizia con la moglie di un prete sembra essere la chiave per cavarsela in questi casi). La mia storia preferita? Che sulla spiaggia di Djúpalónssandur, alla base dello Snæfellsjökull, esistono ancora le quattro pietre con le quali i marinai testavano la forza dei nuovi marinai. Rispettivamente di 23, 54, 100 e 154 chili, decidevano non solo se potevi salire in barca (dovevi sollevare almeno la seconda, chiamata deboluccia), ma anche la percentuale di pescato che ti sarebbe spettata.

Strada sterrata islandese che porta a Skogar

PS. Questo libricino si abbina benissimo a qualunque libro sulle saghe nordiche tu voglia leggere per entrare nella storia islandese (il mio irrinunciabile è Antiche saghe nordiche, doppio volume in cofanetto della Mondadori, con coltissimo commento, anche questo difficile da trovare).

Gente indipendente, Halldór Laxness, 1934-35

Il classicone dell’Islanda che conta (in letteratura). Laxness è premio Nobel per la letteratura, e ti bastano le prime pagine di questo malloppone per capirne il motivo: c’è epica, c’è leggenda, c’è soprattutto la cupezza della vita di poveri pastori piantati in un ambiente che non perdona, distanti gli uni dagli altri, arroccati in posizioni, idee, comportamenti che non vogliono cambiare. Allo stesso tempo, quando – per esempio – parlano, questi personaggi sono reali, escono dalle parole, hanno spigoli vivi che sembrano tagliati con l’accetta. E poi c’è una ironia latente – forse un po’ triste – che trasuda dalle pagine.

PS. Poi per carità, io subisco il fascino della narrativa su pionieri e settlers, e anche se nel mio cuore ci sarà sempre e solo I germogli della terra di Knut Hamsun (Norvegia, però), anche questo è potente – oltre ad essere di una durezza a tratti disturbante. Sì, c’è il paesaggio onnipresente, splendido, incomprensibile, ma ci sono anche stagioni che non perdonano, che schiacciano l’essere umano dentro case puzzolenti e fredde, lo lasciano in balia di risorse vitali che oggi ci sono, ma domani probabilmente saranno marce, inesistenti o irraggiungibili; ci sono le leggende e la magia di una tradizione luminosa, ma ci sono anche gli spiriti che ammazzano le pecore negli ovili e perseguitano i pastori in ogni loro azione. Su tutto, c’è una vita umana di una durezza – fisica, ma anche e forse soprattutto psicologica – davvero difficile da comprendere. Sembra impossibile, data l’età del libro, ma davvero può non essere una lettura per tutti. E fa incazzare: oh, se fa incazzare. Tantissimo.

(La foto del Sun voyager di Reykjavík è di Marco)

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