“Ah che bello, siete nomadi digitali! Ma quindi… in pratica cosa fate?”

Apriamo la TV e leggiamo che a Courmayeur hanno aperto le porte al turismo dei nomadi digitali. Con 3.000 € al mese puoi “soggiornare in uno chalet di lusso con connessione internet inclusa“. Un affarone!

Sul Corriere della Sera invece ci dicono che molti Paesi hanno creato dei “nomad village” per attrarre nomadi digitali come, anni addietro, si attiravano i pensionati: offrendo la possibilità di pagare meno tasse (una sorta di moderni evasori 3.0), di ottenere visti facili, di burocrazia semplificata.

Su La Stampa, una foto ritrae una ragazza seduta fuori dalla tenda, un pc aperto sulle gambe e la schiena china: è intenta sulla tastiera. Cito testualmente: “se per mantenersi basta un computer, basta attaccare la spina vista mare“. A Davide viene in mente un vecchio spot dell’Enel.

E poi scrolli le foto su Instagram taggate #digitalnomads dalle mille situazioni altamente improbabili.

Dare una definizione di “nomadismo digitale” non è semplice, perché l’enorme flessibilità del concetto spinge a farlo proprio: ci sono almeno un milione di modi per essere nomadi digitali.

E quindi abbiamo pensato di dare il nostro personalissimo contributo, provando a spiegare cosa non è nomadismo digitale (almeno per noi).

Disclaimer: le foto dell’articolo sono volutamente provocatorie. Ci siamo congelati le chiappe solo per farle!

questo non è nomadismo digitale

Cosa non è (o non fa) un nomade digitale

Non è un evasore

I nomadi digitali esplorano, viaggiano. Alle volte in Italia, alle volte all’estero, con l’unico obiettivo di cercare nuovi orizzonti.

Tra queste opportunità c’è anche quella di trasferire la propria residenza (e quindi anche quella fiscale) in un Paese che offre un regime di tassazione più vantaggioso, o semplicemente un costo della vita più abbordabile.

Non è uno a cui i soldi piovono dal cielo

Non è il “figlio di papà”, il “mantenuto”, il “ricco di famiglia”, questi sono già gruppi chiusi che bastano a sé stessi (e puoi chiedere a Davide cosa ne pensa).

Il nomade digitale è una persona che lavora, con un computer, e spesso lavora tanto (a volte troppo).

Non lavora 2 ore al giorno

Oddio, magari qualcuno che ce l’ha fatta anche sì (ti dice niente il nome di Tim Ferriss?), ma nella maggior parte dei casi un nomade digitale lavora le canoniche 8 ore al giorno, a volte 6, a volte 10, a volte 20 in un giorno… ma sapendo che poi può farsene quattro di riposo. Si tratta di una scelta di vita che ha a che fare con la flessibilità e la gestione del proprio tempo, non con il desiderio di non lavorare più (o di non lavorare affatto).

nomadi digitali in montagna

Non lavora in spiaggia sotto la palma

Questa è dura da digerire, soprattutto se sei un amante di Instagram, ma non è così. Se non hai una presa alla quale collegarti, dopo un paio di ore non puoi lavorare. Se hai il sole negli occhi e non riesci a guardare lo schermo, non puoi lavorare. Se la sabbia ti entra nel pc non puoi lavorare (e sono dolori). Se devi metterti la crema, guardare i figli che nuotano, farti i selfie, sorseggiare un drink ecc… ecco, ci siamo capiti.

Certo, se hai una telefonata urgente o una mail da spedire puoi farlo ovunque, ma è la stessa modalità con cui invieresti una mail la domenica pomeriggio a quel cliente che non può proprio aspettare: una rottura.

E chiaramente, la stessa cosa vale per la montagna.

Nomade digitale non è sinonimo di freelance, né di smartworker

Un freelance è sostanzialmente un libero professionista con la propria partita Iva, spesso le due cose coincidono ma non sempre, dato che un nomade digitale può essere anche dipendente di un’azienda che la vede lunga, e quindi gli permette la totale libertà riguardo la presenza in azienda.

In Italia, il concetto di smart working è entrato prepotente solo nel 2020 – sappiamo perché – e chissà se riuscirà ad intaccare il tessuto sociale nel prossimo futuro, ma, comunque sia: chi lavora smart potrebbe tranquillamente farlo da casa (come infatti avviene nella maggior parte dei casi).

internet in montagna

Non fa una vita facile

Sicuramente una vita bella, avventurosa, ricca, soddisfacente e piena: ma non semplice. Per essere nomade digitale (soprattutto nell’accezione di freelance) bisogna farsi il mazzo.

Trovare clienti, mantenerli, farsi pagare e nel frattempo viaggiare, bilanciare lavoro e tempo libero, e rimarginare le ferite causate dalla lontananza degli affetti.

Non è una persona che sta scappando da qualcosa

Non torniamo neanche sul capitolo tasse, ma un nomade digitale è spesso una persona curiosa del mondo, che vuole esplorare, conoscere, capire, arricchirsi del mondo che respira a pieni polmoni e assapora a mani aperte.

Non stiamo scappando da nulla, stiamo solo cercando la nostra personalissima dimensione.

Non è sempre connesso

La vera difficoltà, per un nomade digitale, è quella di trovare un equilibrio tra tempo lavoro e tempo libero. La velocità del mondo digitale ti porta ad essere connesso 24/7 e, soprattutto se ti trovi in fusi orari diversi, le levatacce notturne per partecipare alle call indette dal tuo cliente a otto fusi orari di distanza sono un capitolo del gioco, ma non per questo significa che un nomade digitale debba avere il cervello sempre operativo sul lavoro.

Questo non è nomadismo digitale pin