Dato che Silvia ti ha già raccontato come funziona una notte sulle Vette Feltrine, provo invece io a dirti com’è salire da soli al bivacco Feltre-Bodo. L’ho fatto in un giorno di gennaio: freddo, ma senza neve.

Silvia è al corso di scialpinismo, ed io, accompagnatala al ritrovo alle 5.20, ne approfitto per essere in val Canzoi – scarponi ai piedi, seconda colazione fatta in un baretto di Pedavena – pochi metri sotto l’Albergo Alpino Boz, per le 7.32.

Bivacchi guardando la valle

Il sentiero 806 delle Vette Feltrine

Lago della Stua ghiacciato

Ci si riscalda percorrendo il sentiero 806 che costeggia il lago, mezzo ghiacciato, della Stua. Si parte da quota 660m. Superato il lago, l’alba si fa strada contro le cime delle vette circostanti, ne colora i ciuffi di un colore indefinibile ma deciso tra oro, arancione e rosa. Camminando mi lascio accecare da una cresta piatta color fiamme, a ovest.

Il sentiero sale abbastanza tranquillo, senza strappi. E’ segnato bene.

Arrivato al punto in cui il sentiero si abbassa sull’alveo del Caorame, torrentello per metà ghiacciato e per metà secco a causa dei ghiacci più in alto, inforco in realtà una traccia – che c’è in carta – che taglia dritta verso nord.

La traccia è buona, l’orientamento circa (mi perdo un paio di volte prima di capire che da metà ci sono gli omini), scavalco qualche albero abbattuto dalla tempesta Vaia e, con una tirata senza risparmio di 300 metri di dislivello, reincrocio il sentiero 806.

Le Vette Feltrine sono così, improvvisamente dicono “io salgo”, “io parto eh”, e accumulano bancate su bancate di rocce calcaree tagliate verticali, strapiombi impossibili, strettoie così incise che non le vedi davanti a te finché non ci arrivi dentro, e buttando l’occhio verso il basso ogni tanto appaiono meraviglie carsiche pericolosissime, verticali e dai bordi affilati, dalle quali specchi d’acqua di un azzurro affascinante ti guardano.

Le Vette ti lasciano la libertà di salire anche tu lungo sentieri stretti in mezzo a faggete infinite, che zigzagano senza soluzione di continuità, e spesso le foglie di faggio coprono il sentiero e il macereto di pietre e rami e radici sottostante, e salire è faticosissimo sulle caviglie e umido (scendere invece è capitomboloso e insistente sulle ginocchia e sulla ghiandola dell’esser stufi).

Ci siamo quasi: Cimonega

Credo di essere ancora indietro.

Ghiaccio a CimonegaInvece, dopo aver attraversato un taglio di rocce carsiche e pozze ghiacciate, circondato adesso dalle grandi bancate verticali e da quella peluria verde chiara e muscosa che ne ricopre le sommità, faccio un paio di giri e sbuco in Cimonega, 1632m, un ripiano innevato e quieto.

Lungo le pareti che ci si buttano, improvvise chiazze di ghiaccio azzurrognolo e trasparente, e il senso della natura che ti dice che può continuare benissimo senza di te.

Casera Cimonega è davvero una stanzina minuscola con quattro pareti, credo chiusa (bisogna attraversare un rio completamente ghiacciato, e non ne ho voglia).

Mi incammino verso il bivacco Feltre, inquieto per la presenza di neve e ghiaccio sul sentiero. Supero salendo una prima cascata di ghiaccio, che ricopre il sentiero e il pendio ma lascia spuntare rocce sparse sulle quali saltare. Poi un’altra cascata: un angolo preistorico con una massa d’acqua congelata nel movimento, circondata da chiodi aguzzi di ghiaccio, che si infila in un laghetto completamente opaco, bianchissimo, duro.

Passo anche questo saltellando.

Il sentiero fa un tornante, e mi ritrovo su un punto di vero fastidio, c’è da attraversare dei mughi appigliati sul nulla per evitare una paretina di ghiaccio… sono lì fermo che mi chiedo se continuare quando arriva Mauro (scoprirò il suo nome solo mezzora dopo, quando in bivacco gli offrirò del caffè solubile caldo), che mi propone – superati i mughi – di sostenermi con i ramponi nel caso la situazione si fosse complicata ulteriormente.

Infatti: una quindicina di metri sono assolutamente insuperabili senza ramponi – per noi cittadini almeno: lui li fa senza, pattinicchiando appoggiato alla parete. Ma è di Feltre e si è franto le ginocchia sciando da giovane, quindi non conta.

Mauro mi passa i ramponi, supero anche io l’inghippo, saliamo altri 100 metri di dislivello e un grumo strano di ferratina, scalette e roccia alla quale aggrapparsi, e siamo al bivacco.

Bivacchi Feltre Bodo

Finalmente al bivacco Feltre (e al Bodo)

TrangiaPosto strepitoso, materiale dei sogni, difficile da paragonare ad altri bivacchi. Anche perché c’è la possibilità di passare di qua compiendo traversate selvagge e solitarie, che Mauro mi spiega.

Lui sale a vedere una forcella, io divoro i panini e mi faccio un caffè con il Trangia nuovo, scrivo sul libro del bivacco grande (l’altro bivacco è piccino, ha le mattonelle anni ‘80 sul pavimento…) e dichiaro sulla pagina che avrei portato qui Silvia quanto prima.

Noi sulle FeltrineE mi ci ha portata, in un weekend di inizio autunno. Per vedere come fosse diverso il paesaggio senza doversi muovere tra i ghiacci, per dormire tra questi monti senza dover scendere per recuperare la morosa di rientro dallo sci alpinismo, e semplicemente perché qui è bellissimo, e valeva la pena tornarci.

Silvia V - Viaggi, avventure, scoperte, montagnaSilvia

Scopro poi sulla carta che la valletta glaciale che porta al Piz di Sagron, e dal quale scende un ramo del Caorame, si chiama Pian della Regina, e tutto combacia.

Bivacchi

Mauro torna, chiacchieriamo due minuti, scendiamo. Superiamo il punto di imbarazzo del ghiaccio (anche se mi si staccano i ramponi e prendo una botta notevole sulle ginocchia, proprio alla fine del passaggio) e Mauro scompare scendendo. Mi ha detto che deve recuperare la sua ragazza, anche lei impegnata con un corso di scialpinismo, ma credo sia più un modo gentile per dirmi che ha un passo più lungo del mio.

Tornare a valle, e continuare a stupirsi

Cascate di ghiaccioIo me la prendo calmissima (anche se a scendere non ci metto più delle 3 ore previste), faccio foto orribili, e godo del sentimento di nulla irreale, silenzioso, preistorico, maestoso di queste montagne.

A Cimonega incontro due ragazzi che cazzeggiano sul ghiaccio, spiego loro come arrivare almeno al laghetto ghiacciato. Penso che sia più un tempio che un lago – è una di quelle huascas peruviane delle quali parla Franco Michieli nel suo libro Andare per Silenzi.

Mi chiedo più volte – non capendo – perché certe persone, in questi ambienti, sentono la vicinanza a Dio, la sua presenza. A me sembra che qui più di qualunque posto nel mondo ci sia altro, ci sia una Natura che appunto non bada a noi, non è fatta per noi – guarda le cascate di ghiaccio – fatta di temperature insostenibili e improvvisi strapiombi.

Di passaggi mortalmente scivolosi.

Una natura i cui meccanismi sono esposti, bellissimi e misteriosi, ma spiegabili: le bancate di roccia curvate dalla pressione geologica, le mille forme del ghiaccio in formazione, i tagli levigati nel calcare che segmentano le faggete altrimenti davvero infinite.

Sentiero di ghiaccio

Scendo per il vero 806, che è più lungo e curvo della mia traccia dell’andata.

Il lago della Stua del pomeriggio fa quei suoni di pancia profonda ed elastica, come di frombolo, mentre gli passo di fianco.

Per fare tutto il giro ci vogliono 8 ore e mezza (compresa la pausa lunga in bivacco), e sono praticamente 1300 di dislivello. Non li senti molto, perché non ti dà tempo di respirare – senti di più la discesa, come sempre nelle Feltrine.

Fondamentali i ramponcini in inverno: alcuni dicono che per fare le traversate comunque ci vogliano anche nelle stagioni calde.

Se ti interessa un resoconto più dettagliato, se vuoi passare la notte al bivacco Feltre-Bodo, o se vuoi scendere per un altro sentiero (l’801), puoi leggere il racconto di Silvia sul giro ad anello con notte al bivacco Feltre-Bodo.

Davide al caffé bivacco

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